NATALINA
Ho incontrato una ragazza, è bionda e ha gli occhi del colore del mare.

L’ho incontrata tempo fa. Quando l’aria era estiva e Torino, città ruvida. Un po’ grezza, che sapeva di antico, ma bella. Camminavamo, la stradina nascosta, quella adiacente all’Accademia Holden, era una strada scolpita per gli artisti, di quelli che s’incontrano e consumano sogni sul tavolino di un bar. Di quelli che si bevono la vita, e ascoltano ancora il soffio indomabile del vento. Ho scelto di intervistarla per Wanderlust, la mia rubrica. L’energia le vibrava negli occhi. Ho deciso di rubarle un pezzo di vita e condividerla con voi, cari lettori: sognatori e ladri di bellezza. Natalina che è come il mare in tempesta, ma con il sole che brilla in lontananza. Natalina e il suo profumo, sa di lontano. E’ un libro da leggere, un mistero enigmatico da svelare. Chiudete gli occhi e volate oltre l’ostacolo, sfogliamo qualche pagina.

C: Raccontami un po’ di te, chi sei e cosa fai.

N: Venticinque anni di ribellione e vento. Movimento e ricerca disperata. Preferisco presentarmi così, poi c’è il mio nome. Natalina. Sono di Caserta, città che ho lasciato all’età di sedici anni per una breve esperienza liceale fiorentina. Abbandonata una seconda volta per gli anni universitari trascorsi nella città che dorme solo la domenica mattina: Roma. Mi sono laureata in giurisprudenza un po’ per sogni indotti, molto per scelte imposte; ho deciso di consumare un anno di vita in movimento. Ah, la mia famiglia è contraria ai viaggi. Mio padre non vuole. Una storia di paure e di amore terrorizzato. Ho iniziato a viaggiare in sordina, senza raccontarlo a nessuno. Con dei limiti che facevamo male come una carezza mai data. Ho scoperto così che il viaggio non è solo una questione di distanza ma di quello che riesci a vedere appena ti sposti.

C: l’Italia sta vivendo un periodo difficile e molti giovani fuggono all’estero. Tu cosa ne pensi? Hai visto molti posti, immagino ti sia fatta una tua idea di mondo, delle persone…

N: non credo nelle massime assolute. Le storie, come le scelte, sono soggettive e presuppongono una conoscenza autentica. L’Italia sta vivendo un momento drammatico, ma voglio parlare dei giovani. Siamo davvero i figli di mezzo della storia, e corriamo tutti senza avere direzioni precise perché nessuno le ha tracciate per noi. Siamo figli della precarietà violenta, e dei sogni assassinati. La scelta di andar via, quando non ci sono alternative per potenziare il nostro futuro, la condivido. Penso che, nonostante le apparenze di giovani felici altrove, sarebbe bello per tutti tornare a casa e costruire il futuro qui. Per quanto riguarda la mia esperienza io non me ne vado, ancora non c’ho sbattuto la faccia abbastanza con la storia che le cose non si possono cambiare. Quindi ci provo, mi faccio male e, se non ci riesco, vado altrove anch’io.

C: molti viaggi, posti, facce ed emozioni. C’è un luogo che hai amato, dove magari vivresti?

N: Da Big Sur al Nevada, dalla Russia alla Bosnia, dalla Finlandia al Canada, il posto che mi ha colpito di più sta qui dietro. Dietro l’Italia, intendo. Sono partita per Bordeaux con l’intenzione di intraprendere il viaggio per Santiago (un cammino già percorso in parte l’anno prima). Alla fine sono rimasta lì, dopo sei mesi di velocità volevo provare a vivere la tranquillità dell’Aquitania. Se dovessi spiegarne i motivi inizierai parlando dell’odore del vino, della bellezza solitaria dei vigneti, della vertigine sulle Dune du Pilat, e della forza dell’Oceano Atlantico. Ah, se passate per quelle zone non perdetevi Saint-Emilion, un paesino di novanta abitanti che tranquillizza l’animo umano.

C: Cosa ne pensi della sindrome Wanderlust? Sembrerebbe proprio che oggi, la nostra generazione, sia quella degli spostamenti, delle nuove migrazioni. C’è un legame con la “ricerca-della-felicità”?

N: la sindrome di Wanderlust è l’esternazione autentica di un’ossessiva ricerca della felicità. L’insoddisfazione violenta che viviamo ci porta alla ricerca estrema del movimento. Basta andare altrove, non importa dove. Ma spostarsi, scappare, cercare un posto più lontano. La solitudine dei nostri tempi, scandita dalla frenesia di un tempo che non perdona, ci rende fortemente insoddisfatti e alla ricerca continua di qualcosa di più bello, di più vero, di sconosciuto. Gli amanti del Wanderlust cercano un’alternativa più felice a una vita poco colorata.

C: Che cosa rappresenta per te il viaggio? Come ti ha cambiato l’anno di ricerca-e-movimento?

N: Per molti anni il viaggio per me ha rappresentato una fuga. Una ribellione di sangue nei confronti di un sistema sociale non conforme alle mie inclinazioni naturali. Una fuga che mi ha permesso di essere una donna di passaggio, e aprirmi al mondo esterno senza sovrastrutture dell’io. La curiosità e un po’ di sana noia sono gli elementi che mi hanno portato a consumare posti, persone, e culture voracemente. Dopo un anno di velocità e movimento ho imparato che il viaggio è conoscenza, soprattutto di se stessi e dei propri limiti, e che necessita di un ritorno, di una casa. Viaggiare senza una meta delle volte ti fa perdere un po’ di vista te stesso e quello che hai lasciato. Dopo anni di battaglia contro le mie radici e la stabilità, quest’anno mi ha insegnato la bellezza del ritorno e l’importanza di un senso d’appartenenza.

C: Spesso abbiamo avuto modo di parlare di Oceano, hai avuto modo di vivere in alcuni posti magici e di stare a stretto contatto con la natura e la cultura del posto, cosa è emerso da queste meravigliose esperienze?

N:“Bisogna sempre guardare il mare. E’ uno specchio che non inganna. E’ così che ho imparato a non voltarmi più indietro. Prima, non appena mi guardavo dietro le spalle, ritrovavo infatti il mio dolore e i miei fantasmi. Mi impedivano di ritrovare il gusto della vita. Mi toglievano ogni possibilità di rinascere dalle mie ceneri”. Rinascita e sentimento. Ecco cosa è il mare, anche se preferisco gli Oceani.

C: Parliamo un po’ di Surf, uno sport che ha qualcosa in comune con la sindrome di Wanderlust, che significa leggerezza, ricerca, voglia di abbandonarsi al sorriso delle piccole cose, alla bellezza. Una volta un surfista mi ha detto – “quando fai surf, quando ci sei dentro davvero, ti accorgi che nella vita hai bisogno di poco per essere felice, qualche onda e un paio di sorrisi.”- (Vedi studio/ricerca: http://www.theinertia.com/surf/the-neuroscience-of-surf-how-a-smile-makes-you-surf-better/). Hai avuto modo di immergerti in questo mondo misterioso-rischioso, e quindi affascinante?

N: L’ho fatto, giusto per lasciarmi trascinare un po’ dalle onde. Sono affascinata da questa filosofia di vita. Molti luoghi, infatti, li ho scelti solo per poter ammirare il ritmo lento e affasciante dei surfisti. Delle spiagge californiane. Ho amato l’attesa paziente e appassionata delle onde, la forza del vento, e lo spettacolo dei tramonti, le giornate scandite dai colori del cielo con il saluto finale al sole. Da San Diego a Guincho, un piccolo santuario del vento vicino Lisbona, mi sono lasciata conquistare dalla lentezza del tempo, così diversa dalla frenesia irrequieta a cui siamo abituati. Credo che la nostra civiltà, spesso, ci allontani dal sentimento.

C: Cosa diresti ai giovani; quelli con molti sogni e pochi mezzi?

N: Ci prendono a bastonate i sogni con una leggerezza ridicola. Consiglierei la passione che consuma, la tenacia che spaventa, e l’attesa che fa male. Consiglierei di conservare il proprio sogno e di creare dei canali indipendenti per poterlo realizzare. Negli ultimi tempi molti giovani stanno utilizzando il Crowdfunding, un finanziamento collettivo per sostenere un progetto e trovare i mezzi per la realizzazione dello stesso mediante una piattaforma Kickstarted che permette di illustrarlo e ricevere donazioni. Bisogna provare a non darla vinta a tutti quelli che non ci credono più.
“Se ce ne andiamo noi vincono loro”. E loro sono gli altri. Quelli che non capiscono. Quelli che non ci credono. Quelli che non sentono il vento.

C: tra le tue passioni c’è la lettura. Divoratrice di libri, soprattutto se ci sono storie di viaggi e oceani e posti lontani. C’è qualche autore che ti ha ispirato in particolare, qualche storia a cui ti senti legata?

N: Potrei raccontarti del Rosso e il Nero di Stendhal, di Cent’anni di solitudine di Marquez, di Madame Bovary di Flaubert. E questi sono i miei classici. Quelli che il viaggio lo fai eccome, dentro il tuo corpo però. Poi ce n’è uno, piccolo e moderno, per cui ho abbandonato la California (che poi anche lì c’ero andata per colpa di Kerouac e il suo On The Road). Si tratta di una pièce teatrale in due atti ambientata alle cascate del Niagara: Smith&Wesson di Alessandro Baricco. Un concentrato di immaginazione, follia, e talento. E’ la storia di Rachel, Tom Smith e Jerry Wesson, di un salto dentro la bellezza, e di una passione che non ammette sconfitte. “Sono qui perché se mi arrendo questa volta mi arrendo per tutta la vita”- dice Rachel prima della sua memorabile impresa. E’ un libro sul coraggio, il talento, e i sogni. Tutti buoni motivi per abbandonare San Diego, perdere il volo, la casa, e un mese di vita lì e andare a leggere il mio piccolo libro sulla bocca delle cascate. Ero sul Grand Canyon quando ho deciso di doverlo fare per Rachel. Ho preso il volo per NY, una macchina fino a Niagara Falls, tre giorni di strada, motel, e imprevisti, e ho raggiunto la dogana per entrare in Canada. Ho letto il mio libro, e dopo dieci ore sono tornata indietro.

Tornare indietro, ma andare. Andare sempre avanti.

(Courtesy: https://www.instagram.com/natalinarossi/)

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